Scontro di cristianità: perché l’Europa non può capire la Russia

02.05.2022

Sotto un’onnipresente, tossica atmosfera di dissonanza cognitiva intrisa di russofobia, è assolutamente impossibile avere una discussione significativa sui punti più fini della storia e della cultura russa nello spazio NATO – un fenomeno che sto sperimentando a Parigi proprio ora, fresco di un lungo periodo a Istanbul.

Nel migliore dei casi, in una parvenza di dialogo civile, la Russia è incasellata nella visione riduttiva di un impero minaccioso, irrazionale e in continua espansione – una versione molto più malvagia dell’antica Roma, della Persia achemenide, della Turchia ottomana o dell’India Mughal.

La caduta dell’URSS, poco più di tre decenni fa, ha riportato la Russia indietro di tre secoli, ai suoi confini nel XVII secolo. La Russia, storicamente, era stata interpretata come un impero secolare, immenso, multiplo e multinazionale. Tutto questo è informato dalla storia, molto viva anche oggi nell’inconscio collettivo russo.

Quando è iniziata l’Operazione Z ero a Istanbul, la Seconda Roma. Ho trascorso un tempo considerevole delle mie passeggiate notturne intorno a Hagia Sophia riflettendo sulle correlazioni storiche della Seconda Roma con la Terza Roma, che si dà il caso sia Mosca, dato che il concetto è stato enunciato per la prima volta all’inizio del XVI secolo.

Più tardi, di ritorno a Parigi, la cacciata nel territorio dei soliloqui sembrava inevitabile fino a quando un accademico mi ha indicato una certa sostanza, sebbene pesantemente distorta dal politicamente corretto, disponibile nella rivista francese Historia.

C’è almeno un tentativo di discutere della Terza Roma. Il significato del concetto era inizialmente religioso prima di diventare politico – incapsulando la spinta russa a diventare il leader del mondo ortodosso in contrasto con il cattolicesimo. Questo deve essere inteso anche nel contesto delle teorie panslave che si svilupparono sotto il primo Romanov e che raggiunsero il loro apogeo nel XIX secolo.

L’eurasiatismo – e le sue diverse declinazioni – tratta la complessa identità russa come bifronte, tra est e ovest. Le democrazie liberali occidentali semplicemente non riescono a capire che queste idee – che infondono varie marche di nazionalismo russo – non implicano ostilità all’Europa “illuminata”, ma un’affermazione della differenza (potrebbero imparare un po’ leggendo più Gilles Deleuze). L’eurasiatismo pesa anche su relazioni più strette con l’Asia centrale e su alleanze necessarie, in vari gradi, con la Cina e la Turchia.

Un Occidente liberale perplesso rimane ostaggio di un vortice di immagini russe che non riesce a decodificare correttamente, dall’aquila bicipite, che è il simbolo dello stato russo da Pietro il Grande, alle cattedrali del Cremlino, la cittadella di San Pietroburgo, l’entrata dell’Armata Rossa a Berlino nel 1945, le parate del 9 maggio (la prossima sarà particolarmente significativa), e figure storiche da Ivan il Terribile a Pietro il Grande. Nel migliore dei casi – e stiamo parlando di ‘esperti’ di livello accademico – identificano tutto quanto sopra come immagini “sgargianti e confuse”.

La divisione cristiano/ortodossa

Lo stesso apparentemente monolitico Occidente liberale non può essere compreso se dimentichiamo come, storicamente, l’Europa sia anche una bestia a due teste: una testa può essere rintracciata da Carlo Magno fino alla terribile macchina eurocratica di Bruxelles; e l’altra viene da Atene e Roma, e attraverso Bisanzio/Costantinopoli (la Seconda Roma) arriva fino a Mosca (la Terza Roma).

L’Europa latina, per gli ortodossi, è vista come un ibrido usurpatore, che predica un cristianesimo distorto che si riferisce solo a Sant’Agostino, praticando riti assurdi e trascurando l’importantissimo Spirito Santo. L’Europa dei papi cristiani ha inventato quella che è considerata un’idra storica – Bisanzio, dove i bizantini erano in realtà greci che vivevano sotto l’Impero Romano.

Gli europei occidentali da parte loro vedono gli ortodossi e i cristiani d’Oriente (vedi come sono stati abbandonati dall’Occidente in Siria sotto l’ISIS e Al Qaeda) come satrapi e un gruppo di contrabbandieri – mentre gli ortodossi considerano i crociati, i cavalieri teutonici e i gesuiti – correttamente, dobbiamo dire – come usurpatori barbari votati alla conquista del mondo.

Nel canone ortodosso, un grande trauma è la quarta crociata del 1204 che distrusse completamente Costantinopoli. Ai cavalieri franchi capitò di sventrare la metropoli più abbagliante del mondo, che riuniva in quel momento tutte le ricchezze dell’Asia.

Questa fu la definizione di genocidio culturale. Ai franchi successe anche di essere allineati con dei famigerati saccheggiatori seriali: i veneziani. Non c’è da stupirsi che, da quel frangente storico in poi, sia nato uno slogan: “Meglio il turbante del Sultano che la tiara del Papa”.

Così, dall’VIII secolo, l’Europa carolingia e bizantina erano de facto in guerra attraverso una cortina di ferro che andava dal Baltico al Mediterraneo (confrontatela con la nascente Nuova cortina di ferro della guerra fredda 2.0). Dopo le invasioni barbariche, non parlavano la stessa lingua né praticavano la stessa scrittura, gli stessi riti o la stessa teologia.

Questa frattura, significativamente, sconfinò anche a Kiev. L’ovest era cattolico – 15% di greco-cattolici e 3% di latini – e nel centro e nell’est, 70% ortodossi, che divennero egemoni nel XX secolo dopo l’eliminazione delle minoranze ebraiche da parte soprattutto delle Waffen-SS della divisione Galizia, i precursori del battaglione Azov dell’Ucraina.

Costantinopoli, anche in declino, riuscì a mettere in atto un sofisticato gioco geo-strategico per sedurre gli slavi, puntando sulla Moscovia contro la combo cattolica polacco-lituana. La caduta di Costantinopoli nel 1453 permette alla Moscovia di denunciare il tradimento dei greci e degli armeni bizantini che si radunano intorno al Papa romano, che vuole fortemente una cristianità riunificata.

In seguito, la Russia finisce per costituirsi come l’unica nazione ortodossa che non è caduta sotto la dominazione ottomana. Mosca si considera – come Bisanzio – come una sinfonia unica tra poteri spirituali e temporali.

La Terza Roma diventa un concetto politico solo nel XIX secolo – dopo che Pietro il Grande e Caterina la Grande hanno ampliato enormemente il potere russo. I concetti chiave di Russia, Impero e Ortodossia sono fusi. Questo implica sempre che la Russia ha bisogno di un “estero vicino” – e questo ha delle somiglianze con la visione del presidente russo Vladimir Putin (che, significativamente, non è imperiale, ma culturale).

Poiché il vasto spazio russo è stato in costante flusso per secoli, ciò implica anche il ruolo centrale del concetto di accerchiamento. Ogni russo è ben consapevole della vulnerabilità territoriale (ricordate, per cominciare, Napoleone e Hitler). Una volta superato il confine occidentale, è un giro facile fino a Mosca. Quindi, questa linea molto instabile deve essere protetta; la correlazione attuale è la minaccia reale dell’Ucraina fatta per ospitare basi NATO.

Verso Odessa

Con la caduta dell’URSS, la Russia si è trovata in una situazione geopolitica che non si era mai vista nel XVII secolo. La lenta e dolorosa ricostruzione fu guidata da due fronti: il KGB – poi FSB – e la chiesa ortodossa. L’interazione di più alto livello tra il clero ortodosso e il Cremlino era condotta dal patriarca Kirill – che più tardi divenne il ministro degli affari religiosi di Putin.

L’Ucraina da parte sua era diventata di fatto un protettorato di Mosca nel lontano 1654 con il trattato di Pereyaslav: molto più di un’alleanza strategica, era una fusione naturale, in corso da secoli tra due nazioni slave ortodosse.

L’Ucraina cade allora sotto l’orbita russa. La dominazione russa si espande fino al 1764, quando l’ultimo hetman (comandante in capo) ucraino viene ufficialmente deposto da Caterina la Grande: è allora che l’Ucraina diventa una provincia dell’impero russo.

Come Putin ha chiarito questa settimana: “La Russia non può permettere la creazione di territori anti-russi intorno al paese”. L’operazione Z comprenderà inevitabilmente Odessa, fondata nel 1794 da Caterina la Grande.

I russi all’epoca avevano appena espulso gli ottomani dal nord-ovest del Mar Nero, che era stato successivamente gestito da goti, bulgari, ungheresi e poi popoli turchi – fino ai tartari. Odessa all’inizio era popolata, che ci crediate o no, da rumeni che furono incoraggiati a stabilirsi lì dopo il XVI secolo dai sultani ottomani.

Caterina scelse un nome greco per la città – che all’inizio non era affatto slava. E proprio come San Pietroburgo, fondata un secolo prima da Pietro il Grande, Odessa non ha mai smesso di flirtare con l’Occidente.

Lo zar Alessandro I, all’inizio del XIX secolo, decide di trasformare Odessa in un grande porto commerciale – sviluppato da un francese, il duca di Richelieu. Fu dal porto di Odessa che il grano ucraino cominciò a raggiungere l’Europa. Alla fine del XX secolo, Odessa è veramente multinazionale – dopo aver attirato, tra gli altri, il genio di Pushkin.

Odessa non è ucraina: è una parte intrinseca dell’anima russa. E presto le prove e le tribolazioni della storia la renderanno di nuovo tale: come repubblica indipendente; come parte di una confederazione Novorossiya; o attaccata alla Federazione Russa. Il popolo di Odessa deciderà.

Traduzione a cura di Lorenzo Maria Pacini

Pubblicato su The Cradle